lunedì 22 agosto 2011

Mare color porpora - racconto breve

Navigo in un mare color porpora, immerso nella luce di un tramonto caraibico, nonostante sia seduto su una grigia poltrona.
Sento l’odore pungente della salsedine misto al pulviscolo canceroso del toner. Avverto sul viso il respiro caldo del vento e il gelido flusso costante dell’aria condizionata.
Sto leggendo un racconto durante l’orario di lavoro.
Cosa mi impedisce di sognare? Cosa mi costringe qui? Forse la paura di cambiare e vivere la vita come si mangia un frutto maturo, quando i succhi dolci sporcano le labbra ed il mento.
Vorrei andare.
Devo rimanere.

Mi sento come un personaggio dei cartoni animati con un piccolo me stesso angelico posato su una spalla che mi ricorda le responsabilità e gli impegni presi, la fatica di una vita monotona che sarà un giorno premiata, mentre un altro piccolo me stesso diabolico dall’altro lato mi invita a fuggire e godere. Niente preoccupazioni né responsabilità, solo godimenti. La vita è breve. Dice lui.
Le mie certezze si incrinano. Lancio Safari e mi collego a Google Maps. Cerco un’isoletta nel pacifico. La più lontana di tutte da tutto il resto. C’è un piccolo villaggio, forse di pescatori. Navigo veloce verso un sito che vende biglietti aerei. Inserisco i dati. Niente bagaglio, la mia anima è già troppo pesante e non voglio pagare sovraprezzi. Non mi interessano le ore di volo o gli scali. Con la mente sono già là, in quel paradiso creato apposta dalla mano di Dio o del Diavolo per accogliermi. Ho il dito posato sul tasto Invio. Lo faccio o no? I miei figli e mia moglie come la prenderanno? Non mi importa. Clicco.
System Error mi dice quel maledetto di ammasso di cavi e silicio. Per poco non sfondo lo schermo con una testata. Ero già là.
Cosa mi ha trattenuto? Il destino? Forse. Mi guardo intorno e vedo i colleghi chini sulle loro tastiere. Sembrano moderni schiavi incatenati ai loro pietroni di plastica per costruire una nuova piramide dedicata al dio denaro. Sgobbano, almeno in apparenza, telefonano, stampano inutili fogli di carta, chiacchierano. I loro pensieri sono imprigionati dalla gabbia dorata creata dalla pubblicità. Pensano che la vita sia migliore possedendo quella camicia o quell’auto. Non saranno mai felici. Non realizzeranno mai se stessi, perché sempre verrà proposto loro qualcos’altro da desiderare. Gli sarà mostrata una bella carota succulenta, per costringerli a tirare ignari un carretto che diventerà ogni giorno più pesante.
Li odio tutti.
Voglio andare a pesca su una piccola piroga ricavata da un unico grosso tronco di palma. Cosa c’è di male?
Mi calmo. Il momento è passato. Ancora una volta mi guardo intorno nel grigio ufficio. Odore di toner e aria condizionata. Tiro il fiato e mi rituffo nel mio mare color porpora.

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5 commenti:

  1. Questo racconto è in pratica e quello che succede al sottoscritto...
    Anch'io trovo rifugio in questi pensieri,schiavo come molti della grigia e monotona realtà.
    Caro Ago,forse perchè la vita è breve,forse perchè il lavoro ci assorbe gran parte della vita,ma quanto scrivi è dannatamente vero.
    Non so se questo racconto è autobiografico (ma penso di si...no?) però almeno viaggiare di fantasia è gratis e lo possiamo fare tutti,bè almeno questo...
    :-)

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    1. In parte autobiografico, si! Viaggiare con la fantasia è un lusso che ci si può ancora permettere.

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